

Papanice è una frazione di Crotone, conta circa 3.500 abitanti, dista dal capoluogo di provincia 11,5 km. Il nome deriva da Papas-niceforo, questi era il prete che guidò sette famiglie greche nell'attraversamento del mare Jonio nel 1409. Niceforo significa portatore di vittoria dal greco nicao:vincere e dal latino fero:porto. Il paese è ubicato sulle prime colline del marchesato, ad un'altezza di 156 metri s.l.m., paese di origine grecofane fu fondato nel 1409 da sette famiglie greche, tra cui si ricordano la famiglia Raimondi, Sculco, Peta e Franco, scappate dall'Eubea a seguito delle scorrerie ottomane. Paese a forte propensione agricola, si coltiva soprattutto grano duro, ma sono anche notevoli le coltivazione stagionali quali quelli di finocchi, barbabietole e pomodori, questo nelle zone in cui è possibile attingere dell'acqua tramite condotte forzate o tramite laghetti artificiali.
Papanice conta attualmente un'alta percentuale di laureati e studenti universatari, oltre 300, la maggior parte dei quali, da un decennio a questa parte, ha scelto come città di studio Cosenza, ove esiste un'ottima università. Oltre all'agricoltura importante settore è il lavoro impiegatizio, infatti, 80% dei papanicesi lavora a Crotone. Una disputa che va avanti da anni è se gli abitanti di Papanice debbano chiamarsi "papanicesi" o "papaniciari", diciamo che la prima è la forma italiana la seconda è la forma usata nel dialetto, così come il nome del paese che in dialetto cambia l'ultima vocale in "i", Papanici.
Di interesse storico da visitare la chiesa della Pietà, ove si può ammirare una tela del '800 raffigurante appunto la Madonna della Pietà, restaurata di recente(2007) e restituita all'antico splendore; la chiesa di San Pietro e Paolo, all'interno della quale si possono ammirare, entrando sul lato destro, un fonte battessimale del '500 ed un crocefisso ligneo del '600 (anche questi restaurato nel 2007), sopra l'altare principale la statua di San Pantaleone, protettore della frazione che si festeggia il 27 luglio, ed infine su in alto sulla volta una tela denominata "La Gloria di San Pantaleone" opera di un'artista locale, Gisella Arrigo.
Ai piedi della collina, provenendo da località Passovecchio è possibile notare ciò che resta della vecchia stazione Papanice-Apriglianello, della ferrovia Calabro-Lucana.La linea ferroviaria aperta nell'agosto del 1930 e definitamente chiusa nel settembre del 1972, nei progetti iniziali doveva collegare Crotone a Cosenza, via Sila. In effetti i lavori iniziarono in contemporanea da Cosenza verso Camigliatello e da Crotone verso Petilia Policastro. Nel 1956 fu inauguarto il tratto Camigliatello-San Giovanni in Fiore.
Mancava per concludere l'opera il tratto San Giovanni in Fiore-Petilia Policastro di 38 km,il progetto fu presentato nel 1952, ma per mancanza di capitali ed anche di interessi economici in quanto la linea non rispondeva più alle esigenze del territorio, infatti, era a scarto ridotto e la velocità media di percorrenza era di 30 km/h il progetto si arenò e con il passare degli anni il trasporto su gomma ha preso il sopravvento.
Papanice pur essendo una frazione di Crotone se ne distingue per usi, costumi, tradizioni e dialetto. Si trova accorpata alla città a partire dal 1806 a seguito di una riforma amministrativa operata da Gioacchino Murat. Precedentemente Papanice aveva una propria autonomia amministrativa, era una "Universitas",(un attuale comune) con un proprio sindaco, gravata da tributi nei confronti del governo centrale, la Reale Cammera della Summaria (paragonabile all'attuale ministero delle finanze)e doveva altresì pagare una decima agli Sculco, famiglia nobile crotonese che per secoli ha gravato i poveri contandini di Papanice in quanto godevano su queste terre dello "ius pagliaraticum", è stata tramandata nei secoli la frase "guai a Papanici si Sculcu vo pagatu".
Aveva un proprio simbolo rappresentato da San Nicola al centro con tutt'intorno la scritta latina "San Nicolaus protector terrae papanici", simbolo rinvenuto dall'Avv.Fiorenzo Adolfo TROCINO, presso l'archivio di Stato di Napoli, nei volumi del Catasto Onciario di Papanice del 1741. A fine settecento periodi di lunghe carestie ed un forte terremoto del 1783 decimarono la popolazione che dai 3.000 di inizio secolo passò a circa 300 anime.
Tra i dolci tipici si ricordano soprattutto quelli pasquali, le "cuzzupe" e le "pitte", e quelli natalizi i "crustuli" e i "tardiddri". Le cuzzupe sono dolci fatti con farina di grano duro, lievito, acqua ed uova; normalmente gli si dà la forma di lettere dell'alfabeto, soprattutto le iniziali dei nomi dei bambini, di uccelli o di altri animali, qualcuno nel caso in cui nella famiglia ci sia una coppia di fidanzati, di solito la suocera nei confronti del futuro genero, usa fare una grande cuzzupa a forma di cuore all'interno della quale vi incastona alcune uova, una volta pronta la teglia si inforna a 180 gradi per 20-25 minuti, a fine cottura alcuni usano cospargere la cuzzupa con "l'annaspero" una cremina bianca fatta con zucchero, bianco d'uovo e succo di limone che va sbattuta continuamente per non farla solidificare, l'operazione va effettuata subito dopo la cottura altrimenti l'annespero non si lega alla cuzzupa, al di sopra ancora alcuni aggiungono, come se non bastasse, granelli di cioccolata colorata.
Le pitte, sono dolci essenzialmente pasquali anche se qualcuno usa farle anche in occasione del Natale. Il nome pitta deriva dall'arabo "pita" che significa schiacciata, in effetti la pitta è fatta di sfoglie di pasta di grano duro che viene schiacciata con un mattarello e distesa all'interno di una teglia metallica e circolare. La prima sfoglia è grande in modo tale da ricoprire il fondo dell'intera teglia, successivamente iniziando dal centro si inizia a riemprirla con delle sfoglie circolari con al loro interno uva passa e mandorle, vista dall'esterno sembra una rosa. Una volta riempito ogni spazio della teglia con queste girelle, viene infornata a 180 gradi per circa un'ora ed un quarto. All'uscita alcuni usano bagnarla con il Vermut, altri aggiugono un po' d'olio, altri ancora del miele. Per la cottura alcuni usano i forni di casa, ma altra usanza tipica è quella di recarsi nei panifici del luogo nella settimana precedente le festività. Poiché le teglie molte volte sono simili onde evitare di confonderle ognuno mette un segno di evidenza, questo può essere rappresentato da un confetto, da un ramoscello di ulivo, da uno stuzzicadenti etc...
I crustuli, sono dei dolci fritti fatti con farina di grano tenero con un impasto molto liquido. Acceso il fuoco al tegame contenente l'olio, le donne, preso in un pugno l'impasto, fanno dei cerchi sopra all'olio bollente facendovi scendere l'impasto, questo prende subito forma e si gonfia unendosi in una forma vagamente circolare. Con un mestolo metallico viene girato per farlo cuocere anche dall'altra parte. A cottura finita, che dura poco meno di un minuto, di solito vengono consumati caldi prima passandoli in un piatto contenente zucchero e poi in un altro contenente vino cotto. I tardiddri, sono dei dolci fritti fatti con farina di grano duro e ricoperti miele. Di solito messi in un piatto uno sopra l'altro, se consumati dopo qualche giorno, sono difficili sta staccare per la solidificazione del miele.